Inside Nothing

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Work hard. Have fun.

Ecch’

Rompo il silenzio (sia la visione di Avatar che l’uscita dell’iPad hanno fallito, in questo) per un tardivo “addio” a socialdesignzine.

SDZ

Un grandissimo (non solo per quanto riguarda i numeri) spazio dedicato alla comunicazione, un punto di riferimento autorevole che è -e sarà, vista la mole di articoli, citazioni, approfondimenti e link- sempre un piacere (ri)leggere.

Come al solito (), al velo di tristezza d’ordinanza mi sembra giusto abbinare un po’ di sano ottimismo. Progetti ad ampio respiro come questo non muoiono mai per davvero. Non è digisentimentalismo da due soldi, ne sono convinto: alcuni di quelli che sono entrati in contatto con sdz avranno modo di coltivare le loro passioni avvalendosi di quello che hanno imparato o visto su sdz, magari continuando l’opera di “sensibilizzazione” del progetto.

Tempo fa ho avuto la possibilità di “conoscere” Gianni Sinni tramite un workshop di una settimana. Una settimana intensiva, di quelle che quando arrivi a casa, con la luna beffarda alta in cielo, mangi due bocconi e speri di morire. Ho scoperto in corso d’opera che era uno dei fondatori di questo blog, che leggevo (distrattamente, a questo punto) da un paio d’anni. Una gran bella sorpresa. Cosa centra? Assolutamente nulla.

Beh, a questo punto, non so proprio cosa dire. Grazie, magari.

Ve lo ricordate Inside Nothing?

Ciao, sono Marco, qui dentro Nothing. Inside Nothing sarebbe il nick completo, ma poi si creano dei quiproquò con l’URL del dominio.
Lo ribadisco perché è da tanto tempo che non ci si sente, non vorrei che vi foste dimenticati di me.

...

Beh, in questo periodo sto seguendo un corso davvero interessante, e per cercare di non avere troppi rimpianti in futuro sto anche approfondendo nel tempo libero quei temi che non riusciamo a trattare durante il laboratorio. Il periodo è di quelli fertili, in cui si possono mettere in saccoccia un sacco di cosette, e migliorarne (dove è possibile) parecchie altre. Graficamente parlando, almeno.

Al mestiere
non serve il talento
ma al talento
il mestiere è indispensabile

Aleksandr Sokurov

Mi sono ordinato (da amazon: 100$ di spedizione, dal sito ufficiale, mi sembravano un po’ eccessivi) il numero 70 di Emigrè, e sono già qui che mi pregusto il ricco e lussuoso volumone. Farà compagnia a Graphic Design, Referenced, un altro ottimo (e recente) acquisto.

Vorrei scrivere qualcosa anche qui, ma il tempo per un pendolare è sempre troppo poco e fra scrivere e leggere preferisco leggere, per ora.

Magari devo abituarmi a raffazzonare post più corti, in stile twitter.
Tipo “E’ uscito Camino 2.0! Cheffigo! Aggiorno!” In effetti però avrò un account su twitter per qualcosa, no? Per il resto, attualmente il mio rapporto con questo blòg è molto così, con la differenza che la carne al fuoco ci sarebbe, ma è relegata alla sezione “Bozze”, forse per timidezza, forse per evitare di trasformare in dovere un piacere. Boh.

Poi dò sempre un occhio al Giappone, alle storie di chi c’è andato o sta per andarci, alle sue apparenti contraddizioni e a quel fascino che faccio fatica a ignorare. Va da sè che una sbirciata serale a Youkoso Itlalia, al blog di Pio d’Emilia, Giappio (ve lo ricordate Turisti per caso?) e ad un’altra manciata di buone fonti è ormai un’abitudine consolidata.

Vivendo per almeno 12 ore la settimana in treno un po’ di buona musica è essenziale per sopravvivere. Quindi Bran Van 3000 (grazie mitch!) e Them Crooked Vultures (grazie Zave!) a palla. Ci scappano anche un po’ di R.E.M, di tanto in tanto.

Dopo aver letto e amato sia “Il lupo della steppa” che “Dog, figlio di” (ne avevo già parlato qui), ora sento il bisogno di un po’ di Murakami. E’ il turno di “Dance Dance Dance”, se non sbaglio.

Quindi ora, più o meno, sapete che non sono ancora trapassato.
Ci si legge per qualche altro aggiornamento interessante. Sia on-line che off-line.

A Totoro

Totoro

Perché sarei davvero un farabutto se, dopo averlo visto al cinema, facessi a finta di niente. La poesia non perde un’oncia del suo fascino nemmeno a vent’anni (21) di distanza. Bellissimo.

Totoro

Totoro

Totoro

Papilla

Per ora è solo un logo, e neanche. Uno spazietto dove mettercelo è già pronto in canna, tempo di sistemare qualche dettaglio e il gioco è fatto.

logo vanilla Papilla

E’ una buona possibilità di testare Vanilla, e forse (più avanti) di farmi quattro risate con dei vecchi juller.

EDIT: Le registrazioni sono aperte ›› papilla.vanillaforums.com

Ho deciso di non installare il forum qui su Insidenothing, perché questo è un dominio in perenne mutamento, ed è meglio non farci troppo affidamento. Inoltre Papilla è un progetto “autonomo”, e quindi è meglio garantirgli da subito la sua buona dose di libertà.

Questione di punti di vista. O no?

Si ricomincia. Sarà merito della prelibata cenetta a base di sushi di ieri, o forse del fatto che gli esami sono finiti, i workshop anche e per due giorni è relax, ma i temi tirati in ballo sono di quelli che contano.

Sushi!

Quindi copio il post d’apertura che ho scritto tempo fa sul forum di LavoriCreativi, lo linko per bene, e aspetto fiducioso che qualcuno si unisca (come e dove preferisce) a questa simpatica discussione. Se non lo fate in questi lidi tenetemi informato però, che l’internet è grande.

Non mi sembra di aver letto thread simili.

Volevo porvi un problema che è nato dalla discussione con un amico, e che presto è sfociato in una battaglia (utopica la mia, pragmatica la sua) senza esclusione di colpi: la ‘relazione’ fra creativo e committente. In questo caso parliamo di grafica, ma si può estendere ad altri ambiti.
Se, per assurdo, il cliente fornisce dei contenuti o delle direttive che vanno contro ogni tipo di cosa in cui crediamo (non parlo solo di professionalità, ma anche di “buon senso”) e non accetta consigli di sorta, come dobbiamo comportarci?

Esempio di suicidio creativo: un depliant con un altisonante titoletto in Comic Sans (stiracchiato per essere un po’ più alto), una bella fotografia sgranata e qualche buffo effetto di luce. I testi forniti dovranno essere belli grandi (che sennò non si vedono, ovviamente).

Se non viene realizzato come richiesto cosa si rischia? In questo caso l’unica “scappatoia” per il malcapitato grafico sarebbe di non inserire nemmeno il proprio nome, per limitare quanto possibile i danni di immagine, ma con la relativa mancanza di visibilità (se prevista). Non è una soluzione.

Riassunto: il grafico deve sottostare in tutto e per tutto (e in ogni caso) alle richieste del cliente, quando accetta di svolgere un lavoro?

Sarei curioso di sapere cosa ne pensate o, eventualmente, che esperienze avete accumulato in tal senso.

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