La bontà di una manifestazione come il Salone del Mobile si può tentare di valutare grazie ad un’infinita di fattori, più o meno semplici da interpretare.
Personalmente sono stato decisamente affascinato anche e soprattutto dai visitatori stessi. Non parlo solo di quantità, che in uno spazio approssimabile di 220.000 metri quadri (espositivi) è un concetto piuttosto labile e astratto, ma proprio dell’eterogeneità degli stessi.
C’erano gli uomini d’affari, impeccabili nei loro smoking, con valigetta in mano e cellulare all’orecchio, che con passo veloce e curve repentine, rimbalzavano da uno stand all’altro dando occhiate al vetriolo a chiunque si trovasse nella loro traiettoria. C’erano gli artisti, con acconciature improbabili, colori sgargianti (e cangianti), quadernetti e matite. C’erano i raffinati, con scarpe da 2000 €, che squadravano da lontano, con sguardo indignato, le proposte più ‘anarchiche’. C’erano gli studenti di design e architettura, zeppi di biglietti da visita, cataloghi, borsette e segnalibri omaggio, che ridevano e facevano un gran casino e si rotolavano e toccavano ovunque. C’erano quei tipi là, che non sai mai di preciso da dove vengono, con barba incolta, cappellino (andava molto il rosso) e zaino sgualcito, visibilmente accaldati nonostante la maglietta a mezze maniche, i pantaloncini sopra il ginocchio e l’immancabile sandalo (spesso abbinate al calzino d’ordinanza). C’erano i tiratissimi, in perenne sfilata, che cercavano di abbindolare (senza successo) la PR di turno, vagamente seccata. C’erano gli attempati, coppie sulla sessantina che borbottavano soddisfatte davanti a una proposta interessante e li ritrovavi, dopo un’ora, nella stessa identica posizione, ma con un interlocutore diverso.
C’erano quelli che della manifestazione non gliene fregava proprio niente, ma si fermavano ad ogni stand per dare forti pacche sulle spalle a tutti i ‘responsabili’, sfoggiando il sorriso a 32 denti da grande occasione e seminando a volume illegale battute di dubbio gusto. C’erano anche gli affamati, i controcorrente, gli approfittatori, i sonnambuli e i gossippari (usciti allo scoperto durante l’apparizione di Berlusconi *sigh*), per citare solo i gruppi maggioritari.
…E, per finire, c’erano anche loro, i designer, mescolati in questo calderone. Come gli altri, si potevano riconoscere a colpo d’occhio, con un po’ d’esperienza: sono le uniche forme di vita intelligente sul pianeta che guardano la costruzione dei giunti sotto le sedie, ma non si siedono.
Questo post, un mese e mezzo fa, era radicalmente diverso: si intitolava “A caldo”, e l’avevo scritto durante il (lungo) viaggio di ritorno. Ho scelto di mantenere solo queste constatazioni personali su questioni assolutamente marginali, i resoconti dettagliati non avevano più motivo d’esistere. Quello che so (e che voglio sottolineare) è che il Salone è stata un’esperienza interessante, che probabilmente ci tornerò l’anno prossimo per confermare quest’impressione, e che tutte le informazioni del caso (ma soprattutto una valanga di foto) si possono trovare qui e -più in generale- qui, grazie a Designboom.
Ultimi commenti: