Inside Nothing

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Work hard. Have fun.

Questione di punti di vista. O no?

Si ricomincia. Sarà merito della prelibata cenetta a base di sushi di ieri, o forse del fatto che gli esami sono finiti, i workshop anche e per due giorni è relax, ma i temi tirati in ballo sono di quelli che contano.

Sushi!

Quindi copio il post d’apertura che ho scritto tempo fa sul forum di LavoriCreativi, lo linko per bene, e aspetto fiducioso che qualcuno si unisca (come e dove preferisce) a questa simpatica discussione. Se non lo fate in questi lidi tenetemi informato però, che l’internet è grande.

Non mi sembra di aver letto thread simili.

Volevo porvi un problema che è nato dalla discussione con un amico, e che presto è sfociato in una battaglia (utopica la mia, pragmatica la sua) senza esclusione di colpi: la ‘relazione’ fra creativo e committente. In questo caso parliamo di grafica, ma si può estendere ad altri ambiti.
Se, per assurdo, il cliente fornisce dei contenuti o delle direttive che vanno contro ogni tipo di cosa in cui crediamo (non parlo solo di professionalità, ma anche di “buon senso”) e non accetta consigli di sorta, come dobbiamo comportarci?

Esempio di suicidio creativo: un depliant con un altisonante titoletto in Comic Sans (stiracchiato per essere un po’ più alto), una bella fotografia sgranata e qualche buffo effetto di luce. I testi forniti dovranno essere belli grandi (che sennò non si vedono, ovviamente).

Se non viene realizzato come richiesto cosa si rischia? In questo caso l’unica “scappatoia” per il malcapitato grafico sarebbe di non inserire nemmeno il proprio nome, per limitare quanto possibile i danni di immagine, ma con la relativa mancanza di visibilità (se prevista). Non è una soluzione.

Riassunto: il grafico deve sottostare in tutto e per tutto (e in ogni caso) alle richieste del cliente, quando accetta di svolgere un lavoro?

Sarei curioso di sapere cosa ne pensate o, eventualmente, che esperienze avete accumulato in tal senso.

A freddo.

La bontà di una manifestazione come il Salone del Mobile si può tentare di valutare grazie ad un’infinita di fattori, più o meno semplici da interpretare.
Personalmente sono stato decisamente affascinato anche e soprattutto dai visitatori stessi. Non parlo solo di quantità, che in uno spazio approssimabile di 220.000 metri quadri (espositivi) è un concetto piuttosto labile e astratto, ma proprio dell’eterogeneità degli stessi.

C’erano gli uomini d’affari, impeccabili nei loro smoking, con valigetta in mano e cellulare all’orecchio, che con passo veloce e curve repentine, rimbalzavano da uno stand all’altro dando occhiate al vetriolo a chiunque si trovasse nella loro traiettoria. C’erano gli artisti, con acconciature improbabili, colori sgargianti (e cangianti), quadernetti e matite. C’erano i raffinati, con scarpe da 2000 €, che squadravano da lontano, con sguardo indignato, le proposte più ‘anarchiche’. C’erano gli studenti di design e architettura, zeppi di biglietti da visita, cataloghi, borsette e segnalibri omaggio, che ridevano e facevano un gran casino e si rotolavano e toccavano ovunque. C’erano quei tipi là, che non sai mai di preciso da dove vengono, con barba incolta, cappellino (andava molto il rosso) e zaino sgualcito, visibilmente accaldati nonostante la maglietta a mezze maniche, i pantaloncini sopra il ginocchio e l’immancabile sandalo (spesso abbinate al calzino d’ordinanza). C’erano i tiratissimi, in perenne sfilata, che cercavano di abbindolare (senza successo) la PR di turno, vagamente seccata. C’erano gli attempati, coppie sulla sessantina che borbottavano soddisfatte davanti a una proposta interessante e li ritrovavi, dopo un’ora, nella stessa identica posizione, ma con un interlocutore diverso.

C’erano quelli che della manifestazione non gliene fregava proprio niente, ma si fermavano ad ogni stand per dare forti pacche sulle spalle a tutti i ‘responsabili’, sfoggiando il sorriso a 32 denti da grande occasione e seminando a volume illegale battute di dubbio gusto. C’erano anche gli affamati, i controcorrente, gli approfittatori, i sonnambuli e i gossippari (usciti allo scoperto durante l’apparizione di Berlusconi *sigh*), per citare solo i gruppi maggioritari.

…E, per finire, c’erano anche loro, i designer, mescolati in questo calderone. Come gli altri, si potevano riconoscere a colpo d’occhio, con un po’ d’esperienza: sono le uniche forme di vita intelligente sul pianeta che guardano la costruzione dei giunti sotto le sedie, ma non si siedono.

Questo post, un mese e mezzo fa, era radicalmente diverso: si intitolava “A caldo”, e l’avevo scritto durante il (lungo) viaggio di ritorno. Ho scelto di mantenere solo queste constatazioni personali su questioni assolutamente marginali, i resoconti dettagliati non avevano più motivo d’esistere. Quello che so (e che voglio sottolineare) è che il Salone è stata un’esperienza interessante, che probabilmente ci tornerò l’anno prossimo per confermare quest’impressione, e che tutte le informazioni del caso (ma soprattutto una valanga di foto) si possono trovare qui e -più in generale- qui, grazie a Designboom.

I consigli di Milton Glaser

Studiando grafica possono succedere cose inaspettate, come trovare un manifesto che potrebbe fare da perfetto corollario a un post dell’amico mitch (sono quasi emozionato, è il primo link al suo antro), oppure trovare un ispirato scritto del celebre graphic designer Milton Glaser sul sole24ore (l’originale qui).

Se non sapete chi è Milton Glaser, spostate un attimo le pupille qui sotto.

I love NY

Dieci cose che ho imparato

1) Lavora solo con persone che ti piacciono
Questa è una regola strana e mi ci è voluto del tempo per impararla. All’inizio della mia carriera pensavo che fosse vero il contrario. Il professionismo significava che le persone per cui lavoravi non dovevano esserti particolarmente simpatiche o almeno che dovevi tenerti a debita distanza. Per me significava che non avrei mai pranzato con loro né li avrei visti in altre occasioni sociali. Qualche anno fa ho capito che era vero esattamente l’opposto. Ho scoperto che tutto il lavoro che ho fatto e che ha un qualche significato era il risultato di una relazione positiva, affettiva, con il cliente. Non sto parlando di professionalità, ma di affetto. Sto parlando di un cliente con cui si condivide qualcosa. La tua visione della vita deve essere in qualche modo coerente con quella del cliente. Altrimenti è una battaglia acida e senza speranze.

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