Inside Nothing

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Work hard. Have fun.

Questione di punti di vista. O no?

Si ricomincia. Sarà merito della prelibata cenetta a base di sushi di ieri, o forse del fatto che gli esami sono finiti, i workshop anche e per due giorni è relax, ma i temi tirati in ballo sono di quelli che contano.

Sushi!

Quindi copio il post d’apertura che ho scritto tempo fa sul forum di LavoriCreativi, lo linko per bene, e aspetto fiducioso che qualcuno si unisca (come e dove preferisce) a questa simpatica discussione. Se non lo fate in questi lidi tenetemi informato però, che l’internet è grande.

Non mi sembra di aver letto thread simili.

Volevo porvi un problema che è nato dalla discussione con un amico, e che presto è sfociato in una battaglia (utopica la mia, pragmatica la sua) senza esclusione di colpi: la ‘relazione’ fra creativo e committente. In questo caso parliamo di grafica, ma si può estendere ad altri ambiti.
Se, per assurdo, il cliente fornisce dei contenuti o delle direttive che vanno contro ogni tipo di cosa in cui crediamo (non parlo solo di professionalità, ma anche di “buon senso”) e non accetta consigli di sorta, come dobbiamo comportarci?

Esempio di suicidio creativo: un depliant con un altisonante titoletto in Comic Sans (stiracchiato per essere un po’ più alto), una bella fotografia sgranata e qualche buffo effetto di luce. I testi forniti dovranno essere belli grandi (che sennò non si vedono, ovviamente).

Se non viene realizzato come richiesto cosa si rischia? In questo caso l’unica “scappatoia” per il malcapitato grafico sarebbe di non inserire nemmeno il proprio nome, per limitare quanto possibile i danni di immagine, ma con la relativa mancanza di visibilità (se prevista). Non è una soluzione.

Riassunto: il grafico deve sottostare in tutto e per tutto (e in ogni caso) alle richieste del cliente, quando accetta di svolgere un lavoro?

Sarei curioso di sapere cosa ne pensate o, eventualmente, che esperienze avete accumulato in tal senso.

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